…Non si può sondare l’infinito senza prendere consapevolezza dei limiti che avviluppano di per sè “l’umano” inteso come elemento chiave dell’essere fattosi esistenza (possibilità di rapporti che l’uomo può determinare). I limiti evidenti si concentrano su due astrazioni concettuali rovesciandoli immediatamente su dimensioni materiali: lo spazio ed il tempo. Di entrambi se ne potrebbero descrivere e circoscrivere gli aspetti, tuttavia è il tempo ciò che condiziona maggiormente lo svolgersi dell’umano.

Non vi è infatti un tempo che possa “segnare” il tempo dell’Anima, eppure nell’esistenza ogni rapporto è misurato in base ad un tempo meccanicistico scandito in secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni…

Un finito che ha la pretesa di racchiudere in sè l’infinito delle mille sfaccettature - anche le più insondabili - che fanno vibrare l’Animo umano…Ciò che Heidegger chiama esistenza inautentica dove la comprensione ontica rende centrale il mondo come dato: un’esistenza che obbedisce al “si dice”, al “si fa” ed abbandona la “cura” intesa come totalità delle strutture dell’Esserci.

Cosa è, dunque, l’infinito nella finitezza dell’umano?

Forse è collocarsi in una dimensione temporale meccanicistica strutturando come prioritaria la dimensione atemporale dell’Anima ed ingannando il tempo e le strutture cronologiche rendendo qualità monadica al proprio svolgersi nel Tempo?…

Il superamento di un limite è sempre tensione verso l’infinito e l’Amore è di per sè infinito…

Marco Travaglio, Beppe Grillo, Sabina Guzzanti, Flores D’Arcais, Giovanni Sartori, Michele Santoro, e tanti altri, catalogati “di sinistra” ripetono, incessantemente, che l’uso della televisione è diventato un abuso, che la stessa effettua scientemente una disinformazione atta a “distogliere” l’attenzione dai problemi veri (e qui loro si riferiscono, ad esempio, ai processi di Berlusconi).

Chomsky (Noam) afferma che l’uso della televisione “moderna” serve invece per insinuare l’insicurezza e la paura nella popolazione. Per dividere, con metodo, al fine di tenere separata la popolazione, così che la stessa non abbia nè il tempo nè la voglia di occuparsi dei “veri” problemi.

Ora, gli appartenenti alla prima teoria sono indubbiamente, ossessionati da Berlusconi. E con grandi meriti rispetto a quest’ossessione dello stesso Silvio. Gli appartenenti alla seconda teoria (tra cui il sottoscritto) hanno preso semplicemente coscienza del fatto che Berlusconi c’è e lì resta. Che quello è il suo modus operandi e che la politica italiana tutta l’ha permesso. Quindi, molto probabilmente Berlusconi non è il male, ma sono una sfaccettatura dello stesso. Perchè sennò si dovrebbe supporre che siano tutti idioti (i vari D’Alema, Fassino, Prodi, Bertinotti, e compagnia). Siamo sicuri invece che questi, idioti non sono proprio.

Tra l’altro, il nostro Silvio ha capito anche che la tecnica della “separazione”, sopratutto in un’era come quella odierna ove l’informazione viaggia anche (e sempre più) in rete, rende. Così come rende atteggiarsi a martire e perseguitato. Le masse hanno da sempre agito secondo le indicazioni che loro dà il “capo branco” e per di più, le masse (sempre loro) adorano i martiri. Parteggiano, a prescindere, per i “perseguitati”.

Che Berlusconi sia perseguitato naturalmente è totalmente falso. Ma, come diceva Goebbels, “una bugia ripetuta un numero sufficiente di volte si trasforma in verità” (più o meno, vado a memoria). Ciò che conta, purtroppo, e di cui dobbiamo tenere conto è invece il concetto di “massa”.

Massa, come lo sto intendendo qui, è la maggioranza delle persone. Sembra quindi dispregiativo, ma in realtà non lo è. Non lo è in quanto la grandissima maggioranza della gente non vuole, e se vuole non ha tempo, e se ha tempo se ne fotte di: informarsi, confrontarsi, dialogare, discutere, pensare. Se così non fosse non si spiegherebbe come sia possibile che si spendano fior di milioni (di euro) per passare pochi secondi in TV con un dentifricio, o come sia possibile che fior di milioni (di euro) vengano spesi, sempre per passare in TV, da cartomanti, chiromanti, rabdomanti e lestofanti. Hanno un pubblico. Che li segue, gli crede e li paga. E quindi, allora aveva ragione Silvio quando faceva capire -in tempi non sospetti- che chi si nutre di televisione ha un’eta (mentale) da infante. Costoro sono il target delle televisioni. E costoro sono la maggioranza. Assoluta.

Ecco quindi la spiegazione del perchè chi è pro-Berlusconi lo è sempre e comunque, qualsiasi cosa egli affermi. Ugualmente per coloro i quali sono contro Berlusconi. Non dovrebbe funzionare così, ma sembra proprio che sia così.

Torniamo alle televisioni. A cosa servono? Io mi son fatto l’opinione, cercando di riflettere sulla “monnezza” che dai nostri schermi emana tutta la sua pestilenza che, dalla più banale pubblicità sino all’informazione opportunamente taroccata per far credere che si tratti di un TG, tutto ciò serva ad un sistema.

Un sistema del quale Berlusconi non è il vertice. O meglio, è il vertice della piramide chiamata Italia che a sua volta è una piccolissima parte di una piramide mondiale, quindi enorme, immensa,  che ne contiene altre cento, mille, diecimila.

E’ la piramide di coloro i quali governano il mondo e ne decidono sorti, tendenze, futuro, come se noi fossimo i soldatini di un gioco da tavolo. Sacrificabili come qualsiasi soldatino. Sacrificabili come la libertà ed il dirittto individuale.

Abbiamo una sola speranza. Non rassegnarci.

Le coscette di pollo di “Pollomania” emanano il loro aroma dal centro della tavola. Patate al forno e chele di granchio impanante sono i loro fedeli scudieri, posti ai lati come delle impettite guardie svizzere.

Addentatele, i quattro ne gustano il sapore intenso. La presenza del pepe nero e di altri aromi è evidente. Gustosissime le cibarie. Chi più chi meno, parla. Parlando si arriva a discutere dell’ultimo post di Silvia su questo blog e, ineluttabilmente, si celia sulle modalità con cui Silvia si esprime quando dà libero corso ai suoi pensieri (imprigionandoli a volte -secondo me-tra le sbarre delle sue enciclopediche conoscenze).

Alla fine, si evince quanto segue (il “Lui” sarei io):

“Lui scrive in maniera molto fluida, è facile da leggere. Scrive bene.”

“Lei scrive in maniera molto complessa, strutturalmente ermetica, evidenzia estrema cultura in ogni frase. Ermeneuticamente conscia di ciò. Scrive bene.”

Forse, dico forse, l’importante è scrivere. Avere voglia di farlo. Desiderare farlo. Agognare trasmettere.

Anche se, di questi tempi, già dovremmo essere felici se voi figli -tutti- quanto meno, leggeste.


…”occorre far parlare le cose,…. far sí che dicano la loro realtà,… far sí che dicano la loro verità”…(.Gustave Flaubert, L’Éducation Sentimentale - 1859)

Comincio così uno “sproloquio” usurpando uno spazio di questo blog…Un tema apparentemente “fuori tema”, ma che ci tocca tutti, come uomini, prima e, come genitori, poi. 

Partendo dall’assunto che l’uomo non è solamente una realtà biologica ma anche una realtà culturale va evidenziato che il processo del suo sviluppo si fonda attraverso un periodo di “apprendistato” lungo tutto l’arco della vita, durante il quale un posto centrale occupano le relazioni umane esercitate nei vari sistemi. Anche a costo di risultare “ermetica” mi piace elencare questi sistemi per definire i contesti – tra loro interagenti – in cui si svolge tale processo: miscrosistema, mesosistema, esosistema, macrosistema.

Il microsistema viene definito come quel complesso di relazioni esistenti tra la persona e l’ambiente in un contesto contenente l’individuo stesso. Il microsistema è rappresentato dall’esperienza di una persona relativamente a tale contesto (contesto della casa, della scuola, del gruppo di compagni).

Il mesosistema si delinea come sistema di microsistemi in quanto comprende le interrelazioni tra due o più contesti ambientali ai quali l’individuo partecipa attivamente (relazioni tra casa, scuola e gruppo di coetanei nel caso di un bambino).

L’esosistema si riferisce a due o più contesti ambientali di cui uno (o più), non essendo esperiti direttamente dall’individuo, finisce per influenzare l’ambiente in cui la persona è in contatto diretto (nel caso di un bambino: l’ambiente di lavoro dei genitori, la classe frequentata dai fratelli, le attività del consiglio scolastico locale, la televisione, il rapporto tra i processi intrafamiliari, ecc…).

Il macrosistema rappresenta il contesto sovrastrutturale che condiziona micro – meso ed ecosistema; tale contesto è legato a culture, subculture, e organizzazioni sociali più ampie, con le relative norme, credenze, rappresentazioni sociali ed aspettative rilevanti ai fini dello sviluppo.

E’ chiaro che “l’apprendistato” cui ci si riferisce è un apprendistato culturale fondato su ciò che sta alla base della nostra umanità, ovverosia il linguaggio, inteso come dimensione della realtà costruita in simboli e leggi attraverso cui “significare” e dare “significato” a ciò che ci circonda. Tale funzione, pur avendo una sua natura biologica, si apprende solo entrando “in relazione”, scambiando con gli altri (e gli altri sistemi), parlando ed ascoltando.

In uno schema “umano” relazionale e di comunicazione è evidente che l’affettività occupi una posizione centrale. Per definire l’ambito dell’affettività dobbiamo risalire all’etimologia della parola: il termine, derivato dal sostantivo affetto, risale al verbo latino afficere che letteralmente significa “toccare”, ma viene qui utilizzato nel senso di “toccare l’anima”, lo spirito, le emozioni. In questo senso possiamo dire che l’umanizzazione è un processo (culturale ed emozionale) reciproco. Per questo cercare di vivere bene non può essere molto diverso, in fondo, da far vivere bene gli altri.

 

Devo avvisarvi. Se cliccate sul video è difficile che riusciate a trattenere il disgusto. E’ orribile.


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Spartà

September 15th, 2008 - Posted by LUPO 4 Commenti

L’effetto era quasi magico. La linea dell’orizzonte, solitamente così netta, scompariva in quel tardo pomeriggio. I due spazi, mare e cielo, sembravano uniti, fusi, uno entro l’altro. L’altro entro l’uno. Dall’ampio terrazzo, seduto sulla classica sedia da giardino in plastica bianca, le spalle rivolte alla porta della cucina che dava appunto al terrazzo, osservavo rapito l’enormità del cielo confondersi con la grandezza del mare. L’atmosfera, a tratti resa minacciosa dalla plumbeità del cielo che si rifletteva nel mare creando quel tutt’uno così raro, rimandava alla meditazione, al ricordo profondo, al libero volo della mente in quella labile zona di confine -che come quella dell’orizzonte, ora non era più- tra la realtà ed il sogno.

Immobile ed immoto, il corpo si era, da sè, posto in una posizione di rilassamento. Il respiro fluiva lento e costante, sempre più lento e sempre costante così come le membra si scioglievano nella pesantezza generata da quella sorta di training autoindotto.

Dal pergolato pendevano i grappoli d’uva che Candida non aveva fatto in tempo a raccogliere. Li intuivo più che vederli. Il mio sguardo era fisso e concentrato nel tentativo di distinguere ove finisse il mare. Dove iniziasse il cielo. Percorrevo l’enormità di quello spazio in senso orizzontale e mi illudevo di aver trovato, finalmente, quella linea di demarcazione, come se trovare quel limite fosse vitale per poter tornare in me.

Ma ogni volta che credevo di averla localizzata ecco che essa spariva, se mai fosse esistita.

Non saprei dire quanto durò. Non saprei dire se sia stato un batter di ciglia o delle ore.

Ciò che posso affermare con assoluta certezza è che fu vera poesia.

 

Segnalo quest’articolo di Amicone apparso su Il Giornale di oggi. Lo segnalo in quanto è espressione di un sentimento comune, è ben scritto, esalta delle tinte davvero forti e propone delle esperienze personali che in quanto personali sono anche estremamente oggettive e che comunque si riferiscono a tempi passati. Mentre all’autore sembra non essere passato il rancore. Proprio così. Amicone è indubbiante rancoroso nella sua maniera di presentare un problema prima e totalmente fuorviante nella sua successiva e subdola soluzione ad un problema evidente a chiunque.

Ma è il titolo ciò che mi lascia basito. A chi fa comodo il disastro della scuola (pubblica ndr)? Ma a te caro Amicone, che saresti ben felice che LA scuola divenisse solo ed unicamente privata. L’ovvia speranza della soluzione di un problema esistente, e con tali caratteristiche, dovrebbe essere non certo l’abbandono del servizio pubblico e l’esaltazione del servizio privato (ove, tra l’altro -e non citato- si possono comprare titoli ed esami) bensì soluzioni realmente propositive oltre che positive sulle azioni da intraprendere per migliorare il servizio pubblico, appunto. Mentre che fa Amicone? Elogia il “privato” e (indirettamente) quelle famiglie -tra cui, guarda un pò, la sua- che si son tolte il pane di bocca per mandare i loro figli alle [migliori] scuole private. Ohibò, e che ne sarà invece di quelle famiglie che pur volendo togliersi il pane di bocca non potranno comunque mandare i loro figli in queste oasi (private, con pedaggio e biglietto d’ingresso) di cultura? Dovranno rassegnarsi a che i loro figli si formino presso l’insulsa, inutile, dannosa persino, scuola pubblica?

“Perchè si scrivono articoli del genere” mi domando: “ma è semplice”, mi rispondo. Mariastella Gelmini, questa osannata (da Amicone) novella Tatcher dell’educazione ha bisogno di consensi. E se li ha bisogno la Gelmini, questi servono anche al governo di cui fa parte ed al premier che l’ha designata. E quindi, quale miglior soluzione che un articolo forte, d’impatto, ben scritto, da pubblicare -coincidenze dei potenti mezzi berlusconiani- proprio sul giornale di proprietà del suddetto premier?

Non credo proprio ci servano nè Tatchers nè Reagans nè similari esempi di cocciutaggine e guerrafondaismo ma semplicemente persone oneste e coerenti che lavorino sodo. E la consapevolezza che il risultato di decenni di malgoverno di varie repubbliche -I,II,III…x- non si può risolvere nè in una nè in due legislature. Tutto qui.

Amen.


A chi fa comodo il disastro della scuola

di Luigi Amicone

 

Potete scommetterci. Da quello che sento in giro dai miei amici professori, a Mariastella Gelmini non andrà di lusso come sembrava sulle prime in tutte le (belle) interviste e copertine che la ragazza di Brescia s’è meritata. Voti, condotta, maestro unico. Tutte cose sacrosante. Per questo il comitato antifascista prepara grandi festeggiamenti. Già il 27 settembre la Cgil tornerà in piazza. Già i primi consigli dei professori scaldano i muscoli sognando di rivivere le barricate dei loro anni di giovinezza. Stanno preparando il film, la sceneggiatura è già scritta. Ma Mariastella non deve mollare. E sapete perché? Per il bene dei nostri figli. Volete che vi dica la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?

Tenetevi forte. Negli anni ’70, a scuola, almeno scorreva sangue. Almeno giravano bastardi come il mio amico Marco Barbone (amico dall’81, prima mi avrebbe sparato, amico per incontro fortuito, amico dopo la galera, il pentimento, la conversione cristiana, la vergogna di aver sbagliato tutto, e assassinato una persona per bene, Walter Tobagi). Marco che aveva diciassette anni allora e portava la sua luccicante P38 a scuola (e non in una delle scuole professionali di borgata, ma al prestigioso, aristocratico, à la page, liceo classico Berchet di Milano). Marco che maneggiava la sua bella pistola e spaccava la testa ai suoi compagni di classe. Con i professori che gli dicevano: «Bravo!». E «non hai fatto i compiti in classe? Non hai un voto in tutto il quadrimestre? Tranquillo, copia quelli dei deficienti tuoi compagni ciellini, che a promuoverti poi ci pensiamo noi» (non ci credete? Fatevelo raccontare da chi stava in classe con lui, per esempio dall’ex figicciotto e poi ex segretario della Casa della Cultura di Milano, ora direttore relazioni esterne Fastweb, Sergio Scalpelli). Almeno allora scorreva sangue.

Tutti sapevano che la scuola di massa era una panzana, la democrazia tra le aule e nelle assemblee scolastiche un vecchio arnese che nemmeno il terzo celere riusciva a garantire. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di fare finta di niente, piagnucolare, posturarsi a vittima di un ministro dell’istruzione. Certi prof sfigati di oggi sono come quei maestrini delle quaranta scuole romane che si sono messi a lutto, esibendo per la bella stampa da Truman Show le loro fascette nere per protestare contro Mariastella, che con i suoi provvedimenti avrebbe, pensate un po’, «distrutto il nostro sistema scolastico». Prima almeno, fino alla metà degli anni ’80, dopo il sangue ci fu un poco di riflusso, di mestizia, di vergogna a ripetere slogan falsi e assassini. Almeno per qualche anno di plastica, dopo quelli di piombo, non c’era quasi più nessuno in giro a credere che se uno come me, figlio di veri proletari, era stato iscritto alla prima sezione T (ripeto: T, diciotto prime classi!) e si era diplomato alla sezione quinta G (ripeto: G, da diciotto che erano, erano diventate otto!), tutto ciò era frutto della «selezione di classe». Altro che «no alla scuola di classe, no alla selezione, non diventeremo i servi del padrone».

Schiavi eravamo diventati, della droga, delle pistole, dell’alienazione demente che aveva abolito Dante e Manzoni (e la Coca Cola, poiché «ogni coca cola che berrai è una pallottola all’amerikano che darai, e se l’amerikano non fallisce è un compagno vietnamita che perisce») per sostituirla con i diari di Che Guevara e di padre Camillo Torres. Eravamo trentasei figli di proletari in quella prima T. Al diploma arrivammo in dieci. Gli altri? In galera o morti di eroina. Da allora ho imparato che tutto il resto sarebbe stato facile. Io me ne andai a studiare alla Cattolica. Ma per le generazioni successive, nei licei fu polvere e morte burocratica. Infatti, dopo qualche anno di plastica, dopo che il compagno Enrico Berlinguer e la sua musa scalfariana inchiavardata con i veri poterazzi della finanza (i piduitsi erano dei dilettanti al confronto dei compagni-azionisti-demitiani dell’epoca) diede l’ordine di ricominciare a orchestrare un po’ di casino, scuola e università ridivennero i grandi contenitori di carne fresca e fantaccini da buttare per strada all’ordine della catena di comando che partiva dal Pci (in combutta con certi cari reporter di grandi giornaloni). Così, a metà degli ’80, ricominciò il rito delle manifestazioni e delle occupazioni. Lo battezzarono «il movimento della pantera».

Roba da ridere, naturalmente. Niente a che vedere col sangue buono dei ’70, tutta roba preconfezionata e muffita (il mio vate di riferimento, Lodovico Festa, editorialista di questo giornale e all’epoca uomo di marmo del Pci, aveva già inventato la camicia di forza del Centro insegnanti democratici, giusto per mettere i più scalmanati e settari della famiglia comunista in condizione di non nuocere alla linea decisa dal partito a Roma). Insomma, dall’85 in avanti, fatta qualche eccezione per quando governarono loro, gli ottimati postcomunisti e prodiani, gli insegnanti «democratici» ricominciarono la contestazione da burletta e, all’uopo, a usare gli studenti (e il giornalismo collegato alla mamma «progressista» e «de sinistra») come massa di manovra in piazza. Non c’era niente da fare. La scuola doveva restare come le poste, un’impresa sbracata, un buco nero nei conti dello Stato, un posteggio e una caserma per le giovani generazioni. Cosa ci guadagnava la collettività? Niente. Ma quel milione di voti di prof e bidelli allocati con stipendio mediocre ma posto sicuro, dopolavoro di donne con mariti in carriera e sacco nero per gli emigranti dal sud con laurea, faceva gola a tutti. È andata così. E va avanti così.

Da vent’anni. I democristiani non si sono mai azzardati a muovere foglia che la Cgil non volesse e, intanto che si succedevano ministri e sottosegretari cattolici che fungevano da utili idioti, le sinistre Pci-Pds-Ds cementificavano l’istruzione e la chiudevano sotto doppia mandata. Da una parte di greppia per finanziare le migliaia di associazioni, ong, fasulli centri di aggiornamento per gli insegnanti, insomma l’industria per cui il sindacato oggi si ritrova un capitale di immobili e di finanze (non soggette all’articolo 18 e alla trasparenza dei bilanci). Dall’altra di formidabile fortino ideologico dove allevare come polli in batteria, nella trasmissione di saperi tarlati dalla menzogna (non è un caso che i Nobel come Solgenitsin ancora oggi non si leggano nelle scuole, per non parlare della letteratura che non ha il timbro antifascista) e, soprattutto, strumentali alla creazione del consenso nel famoso comparto pubblico (leggi: voti). L’insegnante tipo è quello che ha sotto il braccio Repubblica, ti ammorba coi romanzi del Pennac (adesso saranno i «saggi» dell’Odifreddi) e per punizione ti fa scrivere cento volte alla lavagna «viva i comitati antimafia». Con Mariastella, una outsider con le palle d’acciaio, la musica è cambiata. Ma ci potete scommettere, se la politica non avrà il coraggio di andare alla radice del marcio che c’è nella scuola, anche Thatcher Gelmini rischia di perdere il suo braccio di ferro con le Union dei secondini di quella galera sudamericana, dove tutti fanno apparentemente ciò che gli pare, ma sempre in una galera stanno, anche se le mafie interne garantiscono una certa giocosa, furba, assembleare routine, che è la scuola italiana.

Un esempio? Tanto per accontentare l’Umberto che ha detto che se non hai fatto l’insegnante è difficile che tu possa capire i problemi che ha la scuola, ne faccio uno, il mio. Prima di fare questo lavoro, il sottoscritto ha insegnato per un lustro nella scuola statale e per un altro mezzo in quella privata. Non ci sono confronti possibili. Nella scuola privata venuta su col sudore di una cooperativa di genitori assistiti da un paio di imprenditori illuminati tutto si svolgeva in un clima di avventura, autorevolezza, libertà piena. Non è che non ci fossero litigi e conflitti. Era che anche le difficoltà erano affrontate non con i timbri della burocrazia, le assemblee deficienti e i ricorsi sindacali. Ma con il buon senso e la parola data tra uomini liberi. Era il liceo don Gnocchi di Carate, che non a caso è passato da zero a seicento alunni in dieci anni (ma ne potrei citare decine di queste scuole e migliaia di famiglie che si tolgono il pane di bocca per pagare le rette, ma se lo Stato sindacalizzato dice che queste scuole non dovrebbero neanche esistere, che alternativa hai alla falsa scuola pubblica statale?).

Nel liceo statale, invece (che non citerò, per carità di patria, ma se qualcuno obbietta sono pronto a un confronto pubblico, dove e quando volete), o ti rassegni alla mafia «democratica», cioè a quella dozzina di kapò, maestri di sindacalese, burocrazia e sollevazione della scolaresca. O rischi l’esaurimento nervoso (io, no, ho avuto la fortuna di avere buoni attributi, il rispetto dei ragazzi, addirittura la stima del leader degli autonomi e quindi è toccato ad altri colleghi – ho saputo poi da quel mio amico studente autonomo – consolarsi con qualche orgetta con gli scolari e stare muto quando nei consigli dei prof davo loro dei cretini, merdacce, addetti al lavaggio dei cervelli). Perché ho fatto questo esempio, e concludo? Perché il voto in condotta, il ristabilimento del maestro unico (che soppianta l’idea che i bambini ne debbano avere tre o trentatré non per il bene della loro istruzione e crescita, ma per il bene dell’assistenzialismo e il potere del sindacato), l’introduzione di qualche minimo criterio meritocratico, un po’ di ordine e pulizia in quella discarica senza fondo che è il sistema pubblico dell’istruzione, era il minimo che ci si potesse attendere da un governo stravoluto e oggi ancora strasostenuto dai cittadini italiani. Visto che siamo messi peggio del Cile? Visto che siamo il fanalino di coda dell’Europa? E allora cosa dovremmo difendere, la scuola dei maestrini chegiocano ancora al ’68, del bullismo, di YouTube, dello sballo? È un inizio. Un buon inizio, quello della ragazza con gli attributi del tondino bresciano. Ma attenzione, cara Mariastella, se non proverai a metterci mano davvero alla radice del declino scolastico italiano; se non considererai con attenzione riforme come quella proposta dal presidente della commissione Cultura, onorevole Valentina Aprea, riforme che prevedono la parità scolastica (che c’è anche nei migliori Stati africani) e la chiamata degli insegnanti (non solo per graduatoria statale, ma per libertà, merito, autonomia di chi dirige le scuole), non solo potresti uscire sconfitta dal braccio di ferro con le piazze che verranno. Ma rischierai anche tu, come quei tanti (la maggioranza) ex colleghi costretti a subire i diktat della Cgil, di prenderti un bell’esaurimento nervoso.

C’era una volta il cine. Anzi, una volta ve n’erano tanti. Dall’Ariston al Moderno, al Siracusa, all’Odeon, al Comunale stesso, ecc.

Oggi, in un monopolio che si traveste sempre più spesso tramite l’abusato (e mal usato) termine globalizzazione, nella realtà, vi è un solo gestore (anche se sulla carta sono un paio) e un solo cinema (nella realtà, oltre che sulla carta) che possa vantare delle presenze che possano consentire la sopravvivenza economica.

Parliamo della famosa Multisala Lumière di Reggio Calabria.

Tipica copia sbiadita delle realtà simili -esistenti da almeno un decennio- delle grandi città, si è pensato, per una città che può vantare un bacino d’utenza di circa 100.000 persone (185.000 i dati della provincia a dicembre 2007) di creare la….”multisala”.

“Ohhhhhh”  d’ammirazione si levarono quando si iniziò a vociferare su tale ardito progetto immaginando chi sà quale faraonica struttura, viste le virtuali descrizioni che di essa ne faceva il proprietario, illustrando con ampi gesti il progetto.

Qualche anno dopo, ecco che apparve nel nuovo Viale La Boccetta del quartiere Modena l’atteso totem dei cinefili reggini. Tra concessionaria Mercedes e Hotel Apan, non poteva che nascere proprio lì la multisala. Facilità nel raggiungerla avendo vicino uno svincolo autostradale, e giustappunto tra due simboli del successo, quali le prestigiose auto tedesche ed il più famoso ritrovo -con tanto di piscina- diventato immediatamente il simbolo di coloro che contano.

Ma parliamo della multisala. Triste. Questo è il primo aggettivo che mi sorge in mente, dovendone scegliere uno.

Quattro-cinque salette (non lo ricordo neanche) più adatte ad un cinema d’essai che ad una struttura che pomposamente voglia chiamarsi multisala. Una sola di esse ha una capienza decente. Badasi, dico decente, non adeguata.

Sì, certo. Vi è la crisi del cinema. Sì, certo. Vi sono i pirati informatici che scaricano i films da internet. Sì, certo. Vi è tutto quello che volete ma la realtà, che è quella che ci interessa è che la maggior parte delle sale sono destinate a “filmetti” (con tutto il rispetto) che quasi nessuno va a vedere. L’audio delle stesse, sulla falsariga dell’intenzione di stupire con effetti speciali, è costantemente tenuto ad un volume più adatto ai sordi che a persone normali. L’acustica delle sale stesse è deprimente.

Però, e che diamine. Pop-corn, patatine, panini, bibite, cioccolate e simili hanno trovato ampio, ampissimo spazio, con tanto di tavoli. La parte inferiore, all’origine facente parte del “progetto” ha lasciato posto ad un grande supermercato  per l’ovvia proporzione tra le parole (ed i gesti) che inizialmente illustravano il “progetto” e la realtà. Quella nostrana.

Alla fine…non so neanch’io perchè ho sproloquiato così e su quest’argomento specifico ma è che La Nuova Pergola, nel budello angusto del vicoletto nel quale tutt’ora si trova, bastava ed avanzava, se solo non si fossero voluti affossare tutti gli altri cinema -alcuni risibili d’accordo- che avebbero potuto continuare ad offrire varietà ed indipendenza rispetto ai distributori nazionali.

Supermercati, ipermercati, multisale, multitutto ed iperdipiù. Eccola, la globalizzazione, questo male necessario -a detta di alcuni- per offrire agli utenti (ossia noi!) il migliore rapporto qualità-prezzo…..questo almeno dicono loro.

Nella realtà, almeno in quella che io vedo, tutto ciò ci fa perdere. In primo luogo perchè questa supposta concorrenza in realtà si trasforma in un semplice oligopolio dove i pochi (appunto) che possano gestire un certo prodotto semplicemente si mettono d’accordo tra di loro e … tanti saluti al secchio (della convenienza). Quindi tutto ciò ci fa perdere nel vero senso della parola. Ci fa perdere potere, sia decisionale sia di scelta (visto che chi ha il monopolio monopolizza sia prodotti sia prezzi) ma sopratutto ci fa perdere un gusto che se per alcuni può apparire un pò retrò a me da un sapore particolare: il gusto della ricerca: quella derivante dall’indecisione, del vagare con la mente -e con i piedi- per decidere cosa acquistare, dove acquistare, cosa vedere e dove vederlo.

Bene, anche per oggi c’è la mia esternazione. Casuale ma non troppo.

Alla prossima…

Cari amici vicini e lontani. Il caldo umido di questi giorni mi rende difficile scrivere, anzi mi rende difficile concentrarmi e quindi pensare con lucidità a qualcosa da scrivere. Posto quindi qui di seguito un articolo oltremodo interessante per tutti coloro i quali sono alla ricerca dell’amore, della persona giusta, o di una persona con la quale sperare di costruire qualcosa. Non sottovalutatelo. Come si leggerà nell’articolo, anche se la “soluzione” può apparire banale in realtà non lo è.


LONDRA - Aspetto fisico? Scontato. Sguardo ammaliatore? Sopravvalutato. Tattica? Spesso inaffidabile. Il segreto per fare innamorare una persona è molto più semplice di quello che non ci si potrebbe aspettare da secoli di poesia, musica, psicologia. Ovvero dichiararsi. Se ci si è invaghiti di qualcuno, il modo migliore per avere una chance di conquistare il suo cuore è dirglielo o farglielo capire.Suona banale? Eppure spesso le soluzioni più a portata di mano si rivelano le migliori. Ne sono convinti i ricercatori dell’Università di Aberdeen, giunti alla conclusione che alcuni indicatori sociali - come gli sforzi che si fanno per fare sì che l’oggetto del desiderio si accorga di noi, senza vergogna o timidezze inutili - giochino un ruolo vitale nello sviluppo di una storia d’amore.In un esperimento condotto su 230 persone, uomini e donne, i cui risultati sono riferiti dagli studiosi su Psychological Science, ad ognuno dei volontari venivano mostrate quattro immagini con diverse espressioni del viso. Una mostrava una persona che cercava di stabilire un contatto con gli occhi ma non sorrideva, un’altra sorrideva ma non cercava lo sguardo degli altri, un’altra non cercava un contatto con gli occhi né sorrideva, l’ultima invece cercava un contatto con lo sguardo e sorrideva.La preferenza è stata schiacciante in favore dell’immagine più accattivante, che guardava dritta negli occhi e sorrideva. “Questi indicatori sociali, che suggeriscono quanto si piace a qualcuno, si rivelano fondamentali nei meccanismi dell’attrazione”, spiega il dottor Ben Jones, uno degli autori dello studio, all’Independent. Un po’ di faccia tosta e persistenza, quindi, sono molto più efficaci di messaggini segreti o corteggiamenti anonimi. Parola di scienziato.


(8 settembre 2008)

Il link all’articolo

… ma che mi frega!

Ecco. Che mi frega? Della politica, di farmi il sangue amaro, di sentirmi male e di prendermela per cose per le quali non potrò mai farci nulla, anche volendo.

Avevo deciso di fare scadere questo sito ma poi ci ho ripensato. Tutto sommato qualche byte in più sulla rete non peserà più di tanto. D’accordo. Se ne potrebbe fare volentieri a meno, lo so.

Ma visto che questo spazio è mio allora decido di lasciarlo. Sempre che la mantide berluscosa non decida di attivare i suoi potenti mezzi. Ecco, ci risiamo con la politica…? No, dai è uno scherzo. Poi, che gliene può fregare al magico Silvio di questo bloghetto da quattro soldi.

Meglio così. Cambiamo direzione. Non ho cancellato gli articoli passati (anche se nella “mia” crisi pantoclastica -le abbiamo tutti, non è una malattia rara- già avevo cliccato su “delete” varie volte) ma per fortuna -spero- ho desistito.

Lascio tutto così com’è. Gli cambierò pian piano veste (già ho iniziato con la testata) e dirigerò i miei commenti su cose meno snervanti della politica e questi grandissimi stronzi che pensano solamente a rompere le palle con le loro cazzate piene di niente.

E allora, si dia il via alle danze. Cene, chiacchiere, poesie, pensieri, cicalecci, commarati. Tutto avrà spazio e amen.

In questa mia decisione assume un significato particolare una svolta occorsami poco tempo fa. Ma questo è un altro discorso che riprenderò a suo tempo….

Lasciatemi però terminare con una frase che ultimamente ha assunto un significato particolare.

VIVA IL CHE!