Marco Travaglio, Beppe Grillo, Sabina Guzzanti, Flores D’Arcais, Giovanni Sartori, Michele Santoro, e tanti altri, catalogati “di sinistra” ripetono, incessantemente, che l’uso della televisione è diventato un abuso, che la stessa effettua scientemente una disinformazione atta a “distogliere” l’attenzione dai problemi veri (e qui loro si riferiscono, ad esempio, ai processi di Berlusconi).

Chomsky (Noam) afferma che l’uso della televisione “moderna” serve invece per insinuare l’insicurezza e la paura nella popolazione. Per dividere, con metodo, al fine di tenere separata la popolazione, così che la stessa non abbia nè il tempo nè la voglia di occuparsi dei “veri” problemi.

Ora, gli appartenenti alla prima teoria sono indubbiamente, ossessionati da Berlusconi. E con grandi meriti rispetto a quest’ossessione dello stesso Silvio. Gli appartenenti alla seconda teoria (tra cui il sottoscritto) hanno preso semplicemente coscienza del fatto che Berlusconi c’è e lì resta. Che quello è il suo modus operandi e che la politica italiana tutta l’ha permesso. Quindi, molto probabilmente Berlusconi non è il male, ma sono una sfaccettatura dello stesso. Perchè sennò si dovrebbe supporre che siano tutti idioti (i vari D’Alema, Fassino, Prodi, Bertinotti, e compagnia). Siamo sicuri invece che questi, idioti non sono proprio.

Tra l’altro, il nostro Silvio ha capito anche che la tecnica della “separazione”, sopratutto in un’era come quella odierna ove l’informazione viaggia anche (e sempre più) in rete, rende. Così come rende atteggiarsi a martire e perseguitato. Le masse hanno da sempre agito secondo le indicazioni che loro dà il “capo branco” e per di più, le masse (sempre loro) adorano i martiri. Parteggiano, a prescindere, per i “perseguitati”.

Che Berlusconi sia perseguitato naturalmente è totalmente falso. Ma, come diceva Goebbels, “una bugia ripetuta un numero sufficiente di volte si trasforma in verità” (più o meno, vado a memoria). Ciò che conta, purtroppo, e di cui dobbiamo tenere conto è invece il concetto di “massa”.

Massa, come lo sto intendendo qui, è la maggioranza delle persone. Sembra quindi dispregiativo, ma in realtà non lo è. Non lo è in quanto la grandissima maggioranza della gente non vuole, e se vuole non ha tempo, e se ha tempo se ne fotte di: informarsi, confrontarsi, dialogare, discutere, pensare. Se così non fosse non si spiegherebbe come sia possibile che si spendano fior di milioni (di euro) per passare pochi secondi in TV con un dentifricio, o come sia possibile che fior di milioni (di euro) vengano spesi, sempre per passare in TV, da cartomanti, chiromanti, rabdomanti e lestofanti. Hanno un pubblico. Che li segue, gli crede e li paga. E quindi, allora aveva ragione Silvio quando faceva capire -in tempi non sospetti- che chi si nutre di televisione ha un’eta (mentale) da infante. Costoro sono il target delle televisioni. E costoro sono la maggioranza. Assoluta.

Ecco quindi la spiegazione del perchè chi è pro-Berlusconi lo è sempre e comunque, qualsiasi cosa egli affermi. Ugualmente per coloro i quali sono contro Berlusconi. Non dovrebbe funzionare così, ma sembra proprio che sia così.

Torniamo alle televisioni. A cosa servono? Io mi son fatto l’opinione, cercando di riflettere sulla “monnezza” che dai nostri schermi emana tutta la sua pestilenza che, dalla più banale pubblicità sino all’informazione opportunamente taroccata per far credere che si tratti di un TG, tutto ciò serva ad un sistema.

Un sistema del quale Berlusconi non è il vertice. O meglio, è il vertice della piramide chiamata Italia che a sua volta è una piccolissima parte di una piramide mondiale, quindi enorme, immensa,  che ne contiene altre cento, mille, diecimila.

E’ la piramide di coloro i quali governano il mondo e ne decidono sorti, tendenze, futuro, come se noi fossimo i soldatini di un gioco da tavolo. Sacrificabili come qualsiasi soldatino. Sacrificabili come la libertà ed il dirittto individuale.

Abbiamo una sola speranza. Non rassegnarci.


…”occorre far parlare le cose,…. far sí che dicano la loro realtà,… far sí che dicano la loro verità”…(.Gustave Flaubert, L’Éducation Sentimentale - 1859)

Comincio così uno “sproloquio” usurpando uno spazio di questo blog…Un tema apparentemente “fuori tema”, ma che ci tocca tutti, come uomini, prima e, come genitori, poi. 

Partendo dall’assunto che l’uomo non è solamente una realtà biologica ma anche una realtà culturale va evidenziato che il processo del suo sviluppo si fonda attraverso un periodo di “apprendistato” lungo tutto l’arco della vita, durante il quale un posto centrale occupano le relazioni umane esercitate nei vari sistemi. Anche a costo di risultare “ermetica” mi piace elencare questi sistemi per definire i contesti – tra loro interagenti – in cui si svolge tale processo: miscrosistema, mesosistema, esosistema, macrosistema.

Il microsistema viene definito come quel complesso di relazioni esistenti tra la persona e l’ambiente in un contesto contenente l’individuo stesso. Il microsistema è rappresentato dall’esperienza di una persona relativamente a tale contesto (contesto della casa, della scuola, del gruppo di compagni).

Il mesosistema si delinea come sistema di microsistemi in quanto comprende le interrelazioni tra due o più contesti ambientali ai quali l’individuo partecipa attivamente (relazioni tra casa, scuola e gruppo di coetanei nel caso di un bambino).

L’esosistema si riferisce a due o più contesti ambientali di cui uno (o più), non essendo esperiti direttamente dall’individuo, finisce per influenzare l’ambiente in cui la persona è in contatto diretto (nel caso di un bambino: l’ambiente di lavoro dei genitori, la classe frequentata dai fratelli, le attività del consiglio scolastico locale, la televisione, il rapporto tra i processi intrafamiliari, ecc…).

Il macrosistema rappresenta il contesto sovrastrutturale che condiziona micro – meso ed ecosistema; tale contesto è legato a culture, subculture, e organizzazioni sociali più ampie, con le relative norme, credenze, rappresentazioni sociali ed aspettative rilevanti ai fini dello sviluppo.

E’ chiaro che “l’apprendistato” cui ci si riferisce è un apprendistato culturale fondato su ciò che sta alla base della nostra umanità, ovverosia il linguaggio, inteso come dimensione della realtà costruita in simboli e leggi attraverso cui “significare” e dare “significato” a ciò che ci circonda. Tale funzione, pur avendo una sua natura biologica, si apprende solo entrando “in relazione”, scambiando con gli altri (e gli altri sistemi), parlando ed ascoltando.

In uno schema “umano” relazionale e di comunicazione è evidente che l’affettività occupi una posizione centrale. Per definire l’ambito dell’affettività dobbiamo risalire all’etimologia della parola: il termine, derivato dal sostantivo affetto, risale al verbo latino afficere che letteralmente significa “toccare”, ma viene qui utilizzato nel senso di “toccare l’anima”, lo spirito, le emozioni. In questo senso possiamo dire che l’umanizzazione è un processo (culturale ed emozionale) reciproco. Per questo cercare di vivere bene non può essere molto diverso, in fondo, da far vivere bene gli altri.

 

Devo avvisarvi. Se cliccate sul video è difficile che riusciate a trattenere il disgusto. E’ orribile.


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Spartà

September 15th, 2008 - Posted by LUPO 4 Commenti

L’effetto era quasi magico. La linea dell’orizzonte, solitamente così netta, scompariva in quel tardo pomeriggio. I due spazi, mare e cielo, sembravano uniti, fusi, uno entro l’altro. L’altro entro l’uno. Dall’ampio terrazzo, seduto sulla classica sedia da giardino in plastica bianca, le spalle rivolte alla porta della cucina che dava appunto al terrazzo, osservavo rapito l’enormità del cielo confondersi con la grandezza del mare. L’atmosfera, a tratti resa minacciosa dalla plumbeità del cielo che si rifletteva nel mare creando quel tutt’uno così raro, rimandava alla meditazione, al ricordo profondo, al libero volo della mente in quella labile zona di confine -che come quella dell’orizzonte, ora non era più- tra la realtà ed il sogno.

Immobile ed immoto, il corpo si era, da sè, posto in una posizione di rilassamento. Il respiro fluiva lento e costante, sempre più lento e sempre costante così come le membra si scioglievano nella pesantezza generata da quella sorta di training autoindotto.

Dal pergolato pendevano i grappoli d’uva che Candida non aveva fatto in tempo a raccogliere. Li intuivo più che vederli. Il mio sguardo era fisso e concentrato nel tentativo di distinguere ove finisse il mare. Dove iniziasse il cielo. Percorrevo l’enormità di quello spazio in senso orizzontale e mi illudevo di aver trovato, finalmente, quella linea di demarcazione, come se trovare quel limite fosse vitale per poter tornare in me.

Ma ogni volta che credevo di averla localizzata ecco che essa spariva, se mai fosse esistita.

Non saprei dire quanto durò. Non saprei dire se sia stato un batter di ciglia o delle ore.

Ciò che posso affermare con assoluta certezza è che fu vera poesia.

 

Segnalo quest’articolo di Amicone apparso su Il Giornale di oggi. Lo segnalo in quanto è espressione di un sentimento comune, è ben scritto, esalta delle tinte davvero forti e propone delle esperienze personali che in quanto personali sono anche estremamente oggettive e che comunque si riferiscono a tempi passati. Mentre all’autore sembra non essere passato il rancore. Proprio così. Amicone è indubbiante rancoroso nella sua maniera di presentare un problema prima e totalmente fuorviante nella sua successiva e subdola soluzione ad un problema evidente a chiunque.

Ma è il titolo ciò che mi lascia basito. A chi fa comodo il disastro della scuola (pubblica ndr)? Ma a te caro Amicone, che saresti ben felice che LA scuola divenisse solo ed unicamente privata. L’ovvia speranza della soluzione di un problema esistente, e con tali caratteristiche, dovrebbe essere non certo l’abbandono del servizio pubblico e l’esaltazione del servizio privato (ove, tra l’altro -e non citato- si possono comprare titoli ed esami) bensì soluzioni realmente propositive oltre che positive sulle azioni da intraprendere per migliorare il servizio pubblico, appunto. Mentre che fa Amicone? Elogia il “privato” e (indirettamente) quelle famiglie -tra cui, guarda un pò, la sua- che si son tolte il pane di bocca per mandare i loro figli alle [migliori] scuole private. Ohibò, e che ne sarà invece di quelle famiglie che pur volendo togliersi il pane di bocca non potranno comunque mandare i loro figli in queste oasi (private, con pedaggio e biglietto d’ingresso) di cultura? Dovranno rassegnarsi a che i loro figli si formino presso l’insulsa, inutile, dannosa persino, scuola pubblica?

“Perchè si scrivono articoli del genere” mi domando: “ma è semplice”, mi rispondo. Mariastella Gelmini, questa osannata (da Amicone) novella Tatcher dell’educazione ha bisogno di consensi. E se li ha bisogno la Gelmini, questi servono anche al governo di cui fa parte ed al premier che l’ha designata. E quindi, quale miglior soluzione che un articolo forte, d’impatto, ben scritto, da pubblicare -coincidenze dei potenti mezzi berlusconiani- proprio sul giornale di proprietà del suddetto premier?

Non credo proprio ci servano nè Tatchers nè Reagans nè similari esempi di cocciutaggine e guerrafondaismo ma semplicemente persone oneste e coerenti che lavorino sodo. E la consapevolezza che il risultato di decenni di malgoverno di varie repubbliche -I,II,III…x- non si può risolvere nè in una nè in due legislature. Tutto qui.

Amen.


A chi fa comodo il disastro della scuola

di Luigi Amicone

 

Potete scommetterci. Da quello che sento in giro dai miei amici professori, a Mariastella Gelmini non andrà di lusso come sembrava sulle prime in tutte le (belle) interviste e copertine che la ragazza di Brescia s’è meritata. Voti, condotta, maestro unico. Tutte cose sacrosante. Per questo il comitato antifascista prepara grandi festeggiamenti. Già il 27 settembre la Cgil tornerà in piazza. Già i primi consigli dei professori scaldano i muscoli sognando di rivivere le barricate dei loro anni di giovinezza. Stanno preparando il film, la sceneggiatura è già scritta. Ma Mariastella non deve mollare. E sapete perché? Per il bene dei nostri figli. Volete che vi dica la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?

Tenetevi forte. Negli anni ’70, a scuola, almeno scorreva sangue. Almeno giravano bastardi come il mio amico Marco Barbone (amico dall’81, prima mi avrebbe sparato, amico per incontro fortuito, amico dopo la galera, il pentimento, la conversione cristiana, la vergogna di aver sbagliato tutto, e assassinato una persona per bene, Walter Tobagi). Marco che aveva diciassette anni allora e portava la sua luccicante P38 a scuola (e non in una delle scuole professionali di borgata, ma al prestigioso, aristocratico, à la page, liceo classico Berchet di Milano). Marco che maneggiava la sua bella pistola e spaccava la testa ai suoi compagni di classe. Con i professori che gli dicevano: «Bravo!». E «non hai fatto i compiti in classe? Non hai un voto in tutto il quadrimestre? Tranquillo, copia quelli dei deficienti tuoi compagni ciellini, che a promuoverti poi ci pensiamo noi» (non ci credete? Fatevelo raccontare da chi stava in classe con lui, per esempio dall’ex figicciotto e poi ex segretario della Casa della Cultura di Milano, ora direttore relazioni esterne Fastweb, Sergio Scalpelli). Almeno allora scorreva sangue.

Tutti sapevano che la scuola di massa era una panzana, la democrazia tra le aule e nelle assemblee scolastiche un vecchio arnese che nemmeno il terzo celere riusciva a garantire. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di fare finta di niente, piagnucolare, posturarsi a vittima di un ministro dell’istruzione. Certi prof sfigati di oggi sono come quei maestrini delle quaranta scuole romane che si sono messi a lutto, esibendo per la bella stampa da Truman Show le loro fascette nere per protestare contro Mariastella, che con i suoi provvedimenti avrebbe, pensate un po’, «distrutto il nostro sistema scolastico». Prima almeno, fino alla metà degli anni ’80, dopo il sangue ci fu un poco di riflusso, di mestizia, di vergogna a ripetere slogan falsi e assassini. Almeno per qualche anno di plastica, dopo quelli di piombo, non c’era quasi più nessuno in giro a credere che se uno come me, figlio di veri proletari, era stato iscritto alla prima sezione T (ripeto: T, diciotto prime classi!) e si era diplomato alla sezione quinta G (ripeto: G, da diciotto che erano, erano diventate otto!), tutto ciò era frutto della «selezione di classe». Altro che «no alla scuola di classe, no alla selezione, non diventeremo i servi del padrone».

Schiavi eravamo diventati, della droga, delle pistole, dell’alienazione demente che aveva abolito Dante e Manzoni (e la Coca Cola, poiché «ogni coca cola che berrai è una pallottola all’amerikano che darai, e se l’amerikano non fallisce è un compagno vietnamita che perisce») per sostituirla con i diari di Che Guevara e di padre Camillo Torres. Eravamo trentasei figli di proletari in quella prima T. Al diploma arrivammo in dieci. Gli altri? In galera o morti di eroina. Da allora ho imparato che tutto il resto sarebbe stato facile. Io me ne andai a studiare alla Cattolica. Ma per le generazioni successive, nei licei fu polvere e morte burocratica. Infatti, dopo qualche anno di plastica, dopo che il compagno Enrico Berlinguer e la sua musa scalfariana inchiavardata con i veri poterazzi della finanza (i piduitsi erano dei dilettanti al confronto dei compagni-azionisti-demitiani dell’epoca) diede l’ordine di ricominciare a orchestrare un po’ di casino, scuola e università ridivennero i grandi contenitori di carne fresca e fantaccini da buttare per strada all’ordine della catena di comando che partiva dal Pci (in combutta con certi cari reporter di grandi giornaloni). Così, a metà degli ’80, ricominciò il rito delle manifestazioni e delle occupazioni. Lo battezzarono «il movimento della pantera».

Roba da ridere, naturalmente. Niente a che vedere col sangue buono dei ’70, tutta roba preconfezionata e muffita (il mio vate di riferimento, Lodovico Festa, editorialista di questo giornale e all’epoca uomo di marmo del Pci, aveva già inventato la camicia di forza del Centro insegnanti democratici, giusto per mettere i più scalmanati e settari della famiglia comunista in condizione di non nuocere alla linea decisa dal partito a Roma). Insomma, dall’85 in avanti, fatta qualche eccezione per quando governarono loro, gli ottimati postcomunisti e prodiani, gli insegnanti «democratici» ricominciarono la contestazione da burletta e, all’uopo, a usare gli studenti (e il giornalismo collegato alla mamma «progressista» e «de sinistra») come massa di manovra in piazza. Non c’era niente da fare. La scuola doveva restare come le poste, un’impresa sbracata, un buco nero nei conti dello Stato, un posteggio e una caserma per le giovani generazioni. Cosa ci guadagnava la collettività? Niente. Ma quel milione di voti di prof e bidelli allocati con stipendio mediocre ma posto sicuro, dopolavoro di donne con mariti in carriera e sacco nero per gli emigranti dal sud con laurea, faceva gola a tutti. È andata così. E va avanti così.

Da vent’anni. I democristiani non si sono mai azzardati a muovere foglia che la Cgil non volesse e, intanto che si succedevano ministri e sottosegretari cattolici che fungevano da utili idioti, le sinistre Pci-Pds-Ds cementificavano l’istruzione e la chiudevano sotto doppia mandata. Da una parte di greppia per finanziare le migliaia di associazioni, ong, fasulli centri di aggiornamento per gli insegnanti, insomma l’industria per cui il sindacato oggi si ritrova un capitale di immobili e di finanze (non soggette all’articolo 18 e alla trasparenza dei bilanci). Dall’altra di formidabile fortino ideologico dove allevare come polli in batteria, nella trasmissione di saperi tarlati dalla menzogna (non è un caso che i Nobel come Solgenitsin ancora oggi non si leggano nelle scuole, per non parlare della letteratura che non ha il timbro antifascista) e, soprattutto, strumentali alla creazione del consenso nel famoso comparto pubblico (leggi: voti). L’insegnante tipo è quello che ha sotto il braccio Repubblica, ti ammorba coi romanzi del Pennac (adesso saranno i «saggi» dell’Odifreddi) e per punizione ti fa scrivere cento volte alla lavagna «viva i comitati antimafia». Con Mariastella, una outsider con le palle d’acciaio, la musica è cambiata. Ma ci potete scommettere, se la politica non avrà il coraggio di andare alla radice del marcio che c’è nella scuola, anche Thatcher Gelmini rischia di perdere il suo braccio di ferro con le Union dei secondini di quella galera sudamericana, dove tutti fanno apparentemente ciò che gli pare, ma sempre in una galera stanno, anche se le mafie interne garantiscono una certa giocosa, furba, assembleare routine, che è la scuola italiana.

Un esempio? Tanto per accontentare l’Umberto che ha detto che se non hai fatto l’insegnante è difficile che tu possa capire i problemi che ha la scuola, ne faccio uno, il mio. Prima di fare questo lavoro, il sottoscritto ha insegnato per un lustro nella scuola statale e per un altro mezzo in quella privata. Non ci sono confronti possibili. Nella scuola privata venuta su col sudore di una cooperativa di genitori assistiti da un paio di imprenditori illuminati tutto si svolgeva in un clima di avventura, autorevolezza, libertà piena. Non è che non ci fossero litigi e conflitti. Era che anche le difficoltà erano affrontate non con i timbri della burocrazia, le assemblee deficienti e i ricorsi sindacali. Ma con il buon senso e la parola data tra uomini liberi. Era il liceo don Gnocchi di Carate, che non a caso è passato da zero a seicento alunni in dieci anni (ma ne potrei citare decine di queste scuole e migliaia di famiglie che si tolgono il pane di bocca per pagare le rette, ma se lo Stato sindacalizzato dice che queste scuole non dovrebbero neanche esistere, che alternativa hai alla falsa scuola pubblica statale?).

Nel liceo statale, invece (che non citerò, per carità di patria, ma se qualcuno obbietta sono pronto a un confronto pubblico, dove e quando volete), o ti rassegni alla mafia «democratica», cioè a quella dozzina di kapò, maestri di sindacalese, burocrazia e sollevazione della scolaresca. O rischi l’esaurimento nervoso (io, no, ho avuto la fortuna di avere buoni attributi, il rispetto dei ragazzi, addirittura la stima del leader degli autonomi e quindi è toccato ad altri colleghi – ho saputo poi da quel mio amico studente autonomo – consolarsi con qualche orgetta con gli scolari e stare muto quando nei consigli dei prof davo loro dei cretini, merdacce, addetti al lavaggio dei cervelli). Perché ho fatto questo esempio, e concludo? Perché il voto in condotta, il ristabilimento del maestro unico (che soppianta l’idea che i bambini ne debbano avere tre o trentatré non per il bene della loro istruzione e crescita, ma per il bene dell’assistenzialismo e il potere del sindacato), l’introduzione di qualche minimo criterio meritocratico, un po’ di ordine e pulizia in quella discarica senza fondo che è il sistema pubblico dell’istruzione, era il minimo che ci si potesse attendere da un governo stravoluto e oggi ancora strasostenuto dai cittadini italiani. Visto che siamo messi peggio del Cile? Visto che siamo il fanalino di coda dell’Europa? E allora cosa dovremmo difendere, la scuola dei maestrini chegiocano ancora al ’68, del bullismo, di YouTube, dello sballo? È un inizio. Un buon inizio, quello della ragazza con gli attributi del tondino bresciano. Ma attenzione, cara Mariastella, se non proverai a metterci mano davvero alla radice del declino scolastico italiano; se non considererai con attenzione riforme come quella proposta dal presidente della commissione Cultura, onorevole Valentina Aprea, riforme che prevedono la parità scolastica (che c’è anche nei migliori Stati africani) e la chiamata degli insegnanti (non solo per graduatoria statale, ma per libertà, merito, autonomia di chi dirige le scuole), non solo potresti uscire sconfitta dal braccio di ferro con le piazze che verranno. Ma rischierai anche tu, come quei tanti (la maggioranza) ex colleghi costretti a subire i diktat della Cgil, di prenderti un bell’esaurimento nervoso.

C’era una volta il cine. Anzi, una volta ve n’erano tanti. Dall’Ariston al Moderno, al Siracusa, all’Odeon, al Comunale stesso, ecc.

Oggi, in un monopolio che si traveste sempre più spesso tramite l’abusato (e mal usato) termine globalizzazione, nella realtà, vi è un solo gestore (anche se sulla carta sono un paio) e un solo cinema (nella realtà, oltre che sulla carta) che possa vantare delle presenze che possano consentire la sopravvivenza economica.

Parliamo della famosa Multisala Lumière di Reggio Calabria.

Tipica copia sbiadita delle realtà simili -esistenti da almeno un decennio- delle grandi città, si è pensato, per una città che può vantare un bacino d’utenza di circa 100.000 persone (185.000 i dati della provincia a dicembre 2007) di creare la….”multisala”.

“Ohhhhhh”  d’ammirazione si levarono quando si iniziò a vociferare su tale ardito progetto immaginando chi sà quale faraonica struttura, viste le virtuali descrizioni che di essa ne faceva il proprietario, illustrando con ampi gesti il progetto.

Qualche anno dopo, ecco che apparve nel nuovo Viale La Boccetta del quartiere Modena l’atteso totem dei cinefili reggini. Tra concessionaria Mercedes e Hotel Apan, non poteva che nascere proprio lì la multisala. Facilità nel raggiungerla avendo vicino uno svincolo autostradale, e giustappunto tra due simboli del successo, quali le prestigiose auto tedesche ed il più famoso ritrovo -con tanto di piscina- diventato immediatamente il simbolo di coloro che contano.

Ma parliamo della multisala. Triste. Questo è il primo aggettivo che mi sorge in mente, dovendone scegliere uno.

Quattro-cinque salette (non lo ricordo neanche) più adatte ad un cinema d’essai che ad una struttura che pomposamente voglia chiamarsi multisala. Una sola di esse ha una capienza decente. Badasi, dico decente, non adeguata.

Sì, certo. Vi è la crisi del cinema. Sì, certo. Vi sono i pirati informatici che scaricano i films da internet. Sì, certo. Vi è tutto quello che volete ma la realtà, che è quella che ci interessa è che la maggior parte delle sale sono destinate a “filmetti” (con tutto il rispetto) che quasi nessuno va a vedere. L’audio delle stesse, sulla falsariga dell’intenzione di stupire con effetti speciali, è costantemente tenuto ad un volume più adatto ai sordi che a persone normali. L’acustica delle sale stesse è deprimente.

Però, e che diamine. Pop-corn, patatine, panini, bibite, cioccolate e simili hanno trovato ampio, ampissimo spazio, con tanto di tavoli. La parte inferiore, all’origine facente parte del “progetto” ha lasciato posto ad un grande supermercato  per l’ovvia proporzione tra le parole (ed i gesti) che inizialmente illustravano il “progetto” e la realtà. Quella nostrana.

Alla fine…non so neanch’io perchè ho sproloquiato così e su quest’argomento specifico ma è che La Nuova Pergola, nel budello angusto del vicoletto nel quale tutt’ora si trova, bastava ed avanzava, se solo non si fossero voluti affossare tutti gli altri cinema -alcuni risibili d’accordo- che avebbero potuto continuare ad offrire varietà ed indipendenza rispetto ai distributori nazionali.

Supermercati, ipermercati, multisale, multitutto ed iperdipiù. Eccola, la globalizzazione, questo male necessario -a detta di alcuni- per offrire agli utenti (ossia noi!) il migliore rapporto qualità-prezzo…..questo almeno dicono loro.

Nella realtà, almeno in quella che io vedo, tutto ciò ci fa perdere. In primo luogo perchè questa supposta concorrenza in realtà si trasforma in un semplice oligopolio dove i pochi (appunto) che possano gestire un certo prodotto semplicemente si mettono d’accordo tra di loro e … tanti saluti al secchio (della convenienza). Quindi tutto ciò ci fa perdere nel vero senso della parola. Ci fa perdere potere, sia decisionale sia di scelta (visto che chi ha il monopolio monopolizza sia prodotti sia prezzi) ma sopratutto ci fa perdere un gusto che se per alcuni può apparire un pò retrò a me da un sapore particolare: il gusto della ricerca: quella derivante dall’indecisione, del vagare con la mente -e con i piedi- per decidere cosa acquistare, dove acquistare, cosa vedere e dove vederlo.

Bene, anche per oggi c’è la mia esternazione. Casuale ma non troppo.

Alla prossima…

Cari amici vicini e lontani. Il caldo umido di questi giorni mi rende difficile scrivere, anzi mi rende difficile concentrarmi e quindi pensare con lucidità a qualcosa da scrivere. Posto quindi qui di seguito un articolo oltremodo interessante per tutti coloro i quali sono alla ricerca dell’amore, della persona giusta, o di una persona con la quale sperare di costruire qualcosa. Non sottovalutatelo. Come si leggerà nell’articolo, anche se la “soluzione” può apparire banale in realtà non lo è.


LONDRA - Aspetto fisico? Scontato. Sguardo ammaliatore? Sopravvalutato. Tattica? Spesso inaffidabile. Il segreto per fare innamorare una persona è molto più semplice di quello che non ci si potrebbe aspettare da secoli di poesia, musica, psicologia. Ovvero dichiararsi. Se ci si è invaghiti di qualcuno, il modo migliore per avere una chance di conquistare il suo cuore è dirglielo o farglielo capire.Suona banale? Eppure spesso le soluzioni più a portata di mano si rivelano le migliori. Ne sono convinti i ricercatori dell’Università di Aberdeen, giunti alla conclusione che alcuni indicatori sociali - come gli sforzi che si fanno per fare sì che l’oggetto del desiderio si accorga di noi, senza vergogna o timidezze inutili - giochino un ruolo vitale nello sviluppo di una storia d’amore.In un esperimento condotto su 230 persone, uomini e donne, i cui risultati sono riferiti dagli studiosi su Psychological Science, ad ognuno dei volontari venivano mostrate quattro immagini con diverse espressioni del viso. Una mostrava una persona che cercava di stabilire un contatto con gli occhi ma non sorrideva, un’altra sorrideva ma non cercava lo sguardo degli altri, un’altra non cercava un contatto con gli occhi né sorrideva, l’ultima invece cercava un contatto con lo sguardo e sorrideva.La preferenza è stata schiacciante in favore dell’immagine più accattivante, che guardava dritta negli occhi e sorrideva. “Questi indicatori sociali, che suggeriscono quanto si piace a qualcuno, si rivelano fondamentali nei meccanismi dell’attrazione”, spiega il dottor Ben Jones, uno degli autori dello studio, all’Independent. Un po’ di faccia tosta e persistenza, quindi, sono molto più efficaci di messaggini segreti o corteggiamenti anonimi. Parola di scienziato.


(8 settembre 2008)

Il link all’articolo

L’insofferenza dei cittadini, l’«antipolitica» e l’ascesa di Beppe Grillo

I costi della politica salgono ancora
La Casta promette e non mantiene

In soli tre anni i costi di Montecitorio saranno aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro

Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire l’Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un giorno o l’altro la gente si rassegnerà…

Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.

Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l’inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest’anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio dell’inflazione.

GLI STIPENDI E GLI AFFITTI - Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l’irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che l’indennità, che stando alla politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l’inflazione. E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle retribuzioni del personale. Avete presente la denuncia dell’Espresso sulle buste paga dei dipendenti delle Camere? La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l’anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila euro più dell’appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell’anno in corso il 3,73 per cento in più.
Oltre il doppio dell’inflazione.

Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell’inflazione. Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio» erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta quest’anno l’ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di oltre l’8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?

LE SPESE PER I VIAGGI - Quanto ai viaggi, le polemiche sull’uso spropositato degli aerei di Stato prima nell’era berlusconiana e poi nell’era unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all’estero che devono tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila. Un’impennata sconcertante.

Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati. Su questa base, all’inizio della legislatura avrebbero dovuto essere otto. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a quattordici. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a 34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista, il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.

DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA - Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.

Eppure, guai a ricordarlo. C’è subito chi è pronto a levare l’indice ammonitore: attenti a non titillare l’antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall’invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell’ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all’appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.

Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L’Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D’Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un’invenzione di giornalisti sfaccendati»?

E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l’inflazione? Per quel po’ di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l’uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l’insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

BILANCI TRASPARENTI - È «antipolitico» chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l’abolizione delle province o l’accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati» così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie di «scala mobile» dell’indennità dei parlamentari ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l’abolizione del meccanismo per tutti gli altri italiani? Insomma: viva le istituzioni, viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi. E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente con la Democrazia?

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

Il Corriere della Sera - 24 settembre 2007

Studente arrestato e TASERATO (colpito con la pistola elettrica) ad un discorso di John Kerry per aver posto una domanda




Non mi viene da scrivere nulla. Vorrei mettere un semplice “No Comment” ma non posso, qualcosa devo riuscire a scrivere. Ho un groppo, un nodo alla gola che mi fa spuntare le lacrime e montare una rabbia furibonda. Rabbia di protesta, ma anche violenta, ho voglia di spaccare qualcosa. Tirerò un calcio alla mia malridotta porta. Non si può restare freddi e lucidi dinanzi a certe cose.Le contraddizioni dell’America anche qui si evidenziano. Il Paese citato come modello di democrazia, da Berlusconi fino a Travaglio (che cita l’esempio di Giuliani o le condanne esemplari ai corrotti e corruttori così come ai bugiardi) è anche (e forse sopratutto) questo.Il paese che in assoluto è il maggior responsabile di guerre e morti in tutto il mondo. Guerre e morti voluti e portate avanti per pure questioni economiche mascherate da idealismo democratico. E’ anche il paese dove si può attuare la pena di morte, cazzo.Ci pensi Travaglio quando cita l’America. A Piero Ricca è successo “solo” di essere stato denunciato per aver dato del buffone a Berlusconi.Questo ragazzo non ha fatto nulla, ha solo posto delle domande (ammesse ed educate) ed è stato trattato da quegli sgherri bastardi alla stessa maniera con la quale gli squadristi trattavano gli italiani che non facevano il saluto romano o allo stesso modo con cui le SS trattavano chi non pronunciava “Heil! Hitler”. In fondo, almeno da questo punto di vista, scene così da noi è moltissimo tempo che non se ne vedono (Genova non è paragonabile come contesto).La stampa americana è più libera, ma la società americana, pur potendo vantare un diritto d’informazione superiore al nostro deve convivere con fenomeni come questi, nonostante le marce e le proteste.

E qui un’altra perla similare della polizia americana: Arrestata e brutalizzata a colpi di scariche elettriche

Repubblica, batti un colpo. La Costituzione è morta

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


Incredibile la faccia tosta dei politici, diciamo di tutti i politici anche se generalizzare non è bello ma è incredibile come i personaggi più anonimi facciano il verso ai ladroni conclamati (come quelli che vanno a vedersi i GP di F1 con l’aereo presidenziale, ossia a nostre spese, e vi si portano anche il figlio…).
Dopo Mastella-Dumbo ecco che un “tal” Burlando, addirittura Presidente della Regione Liguria ed ex ministro dei Trasporti si è reso protagonista di un fatto che, tanto per cambiare, riesce a dare un’idea, a noi ma sopratutto anche all’estero, del livello di burla ai quali siamo sottoposti da parte dei “nostri” uomini pubblici.

Domenica scorsa, il tizio è andato contromano in autostrada, alcuni automobilisti (normali cittadini) che procedevano in senso contrario hanno rischiato l’impatto frontale, è arrivata la Polizia e….non gli è successo nulla!Ora, io mi domando e dico. Andare contromano in autostrada è da pazzi.

Ok. Si può sbagliare.

E certo, può capitare. Anche se, sinceramente, mi sembra che sia più “facile” che capiti a Maria Grazia Spadaro o a suo marito , nella drammatica situazone nela quale versano (e nella quale versano milioni di italiani), grazie a questi “signori” che hanno capito che fare il politico rende più che fare la velina (tra l’altro facendo il politco la carriera dura di più ed invece di dover scendere a compromessi offrendo il tuo corpo come merce di scambio, puoi sodomizzare i tuoi “elettori”, ti basta solamente leccare un pò dove capita. E, se lecchi bene, sei a cavallo.).

Che invece capiti ad uno di questi “signorotti”, è più difficile da capire, però non si sa mai. Avrà avuto le sue brave giustificazioni. Magari era indeciso se fare assumere il nipote o il genero o l’amico delcugino o magari doveva decidere se poteva spendere 500.000 Euro per quel monolocale in centro che la sua amata tanto desiderava. E lui che voleva farsi il ferrarino. Bisogna capirlo. Se aveva di questi pensieri, è giustificatissimo. Chi di noi non è tormentato da simili dubbi?

E quindi, deciso che tutti possono sbagliare, la differenza è dove si sbaglia. Se lo fai in un paese normale, passi alla naturale conseguenza, ossia paghi la tua pena, pecuniaria, di sospensione della patente, magari ti arrestano anche, insomma quale che sia la conseguenza, la paghi.

Se invece sbagli nel paese di Bengodi, cosa succede?Succede che il “signor”Burlando afferma:

“Ho sbagliato a imboccare la strada, quando me ne sono accorto ho girato per non entrare in autostrada e sono sceso. Era senso vietato, ma non me ne sono accorto subito, solo quando ho incontrato un’auto che proseguiva in salita. Quando siamo scesi dall’auto eravamo molto scossi, sia io sia l’automobilista che ho incrociato, perché poteva capitare un incidente. Gli ho subito chiesto scusa”.

Incredibile, gli ha chiesto scusa. Che cosa stupenda ha fatto, questo novello Garrone. De Amicis ringrazia.

Tra le altre cose ha detto, in conferenza stampa - ha indetto una conferenza stampa invece di andare a nascondersi- questa faccia di gomma:

“Ho sbagliato una manovra e non avevo documenti con me. Ma non ho mai chiesto un trattamento di favore”.

Beh, il perchè lo sapete. Non aveva patente, dice lui (ci credete? Io no), ed ha esibito come documento identificativo il tesserino da parlamentare, n.938. Peraltro scaduto! Questo classico esempio di filubustiere all’italiana, aggiunge:

“Non ho mostrato il tesserino da parlamentare per evitare sanzioni. Ma perché gli agenti avevano bisogno di un documento qualsiasi di riconoscimento e io avevo dimenticato a casa patente e carta d’identità”

Purtroppo il peggio deve ancora arrivare Questo stronzo, stava andando alla partita, andava allo stadio. E dai su, mica puoi pretendere que un parlamentare non vada a divertirsi la domenica? Ha asserito di non avere patente o altro documento perchè “Il mio portafogli è piccolo e non può contenente molti documenti”. Avete sentito? Che ironia, vero? Il portafogli piccolo!

La pattuglia, arrivata sul posto, proprio quella stessa Polstrada che ci fa tremare solamente a vederla nello specchietto retrovisore, verificata la situazione, chiesti i documenti, appurano che il trasgressore non ne aveva - per inciso neanche la patente, trasgressione per la quale si eleva (a tutti,…o quasi) verbale di 36 Euro più l’obbligo di presentazione del permesso di guida ad una stazione di polizia in tempi brevi ai sensi dell’art. 180 del CdS.

Però, eccolo il colpo di scena. Il Burlando trova magicamente la tessera della Camera dei Deputati. E certo, la patente mica serve, sopratutto quando si guida, ma la tessera che ti identifica come “uno di loro” e che cazzo, quella trova posto nel “piccolo portafogli”. Ci mancherebbe altro.

I due agenti della Polstrada, a questo punto…..lo lasciano andare!

Questi mastini, quest’incubo degli automobilisti e dei motociclisti, beccano un cittadino (Ooopps, ma lui non è un cittadino, è un onorevole) contromano in autostrada, il soggetto non ha la patente e, loro, naturalmente, cosa fanno? Lo lasciano andare? Dove? Quando?

Ecco ciò che la Polstrada ha affermato:

Abbiamo seguito la normale procedura, quella che riserviamo a qualsiasi cittadino. Oltre a raccogliere le testimonianze dei vari automobilisti abbiamo infatti effettuato ulteriori accertamenti con i filmati delle telecamere”.

Eh già! A qualsiasi cittadino riservate, stronzi, le seguenti cose: verbale per la mancanza di patente, verbale (salato) per la guida contromano in autostrada, sospensione della patente e, tra l’altro, un’attesa che per un caso del genere porta via non meno di 2 ore.

Però….l’onorevole doveva andare alla partita. E quindi, dai suvvia, tranquillo. Vada alla partita. Non è successo niente.

Anche perchè, il Burlando, che è uomo d’onore, appena arrivato allo stadio telefona al questore, si incontra con lui e gli spiega l’accaduto (magari tra un “arbitro cornuto” ed un “ladri”). Quindi assicura attraverso la conferenza stampa che “ho chiesto subito che mi venissero date le sanzioni previste. L’ho anche detto subito al questore perché, visto il clima che tira, non volevo assolutamente tenere nascosto questo episodio. Riceverò quindi il verbale a casa. Non vedo che altro avrei potuto fare “.

Domani, se fermano qualcuno di noi, magari per una cosa ancora peggiore che andare contromano in autostrada come, che so io, girarsi a guardare una bella donna mentre si guida, diciamogli che non abbiamo la patente, esibiamogli la tessera del videonoleggio (che abbia la foto però, mi raccomando), dopodichè diciamogli che non si preoccupino, chiameremo il questore, ammetteremo la nostra colpa e lo pregheremo di inviarci il verbale a casa. Con tassa a carico del destinatario ovviamente, crepi l’avarizia.

Facciamolo, cristo. Facciamolo tutti! E possibilmente riprendiamo tutta la scena, cerchiamoci dei testimoni. Vediamo cosa succederebbe, ai “cittadini qualsiasi”.


Un’aggiornamento sul “personaggio Burlando”, sembra che il nostro abbia già dato ampie prove di essere “sbadato”, da uno stralcio di Luciano Gandini:…Abbiamo cancellato la memoria di Burlando sotto processo per mani pulite (in particolare per il sottopassaggio di piazza Caricamento), assolto sì, ma con una linea difensiva in cui sosteneva di essere talmente sbadato o incompetente da avere firmato le carte che gli davano da firmare, senza rendersi conto di quel che firmava? In sostanza: assolvetemi, perché non ero un sindaco corrotto, ma un sindaco imbecille. Per premio dell’assoluzione D’Alema lo ha fatto ministro (cosicché ha potuto confermare la sua imbecillità contribuendo allo sfascio delle ferrovie statali). […] Ma se davvero il candidato sarà Burlando, io penso di praticare il voto differenziato: dare il voto di lista a Rifondazione, ma il voto presidenziale a qualche innocuo candidato animalista o antiproibizionista, filofloricultore o pescatore di frodo. Infatti per Burlando, oltre alle differenze politiche, vedo aperta la questione morale. Lui l’ha risolta chiedendo ai giudici, per non avere la patente di ladro, una patente di cretino. I giudici, benevoli, gliel’hanno concessa. Ma noi? Consideriamo anche noi superata la questione morale, o preferiamo dare la patente di cretino anche a qualche nostro dirigente regionale, che di fronte alla candidatura Burlando non ha saputo prendere una ferma posizione?” Sulla stessa scia Lorenzo da Genova scrive: “non mi sento ancora convinto a votare Burlando. […] Burlando non è il probabile candidato della “Gad” alla presidenza della Regione Liguria ma, come testimonia il manifesto che presenta il candidato come un notabile del 500, in occasione della festa nazionale de “l’Unità”, è il candidato scelto dai Ds da molto tempo. Io avrei preferito Silvio Ferrari.”Impresentabile, parola di Marco Travaglio. C’è chi lascia parlare gli altri e rispolvera, pubblicandolo on line, un articolo di Marco Travaglio, “Sconsigli per le liste. Le pagine gialle degli impresentabili”, tratto dal n. 2/01 di MicroMega. Vi si legge: “Burlando Claudio (DS). Ex sindaco di Genova ed ex ministro dei Trasporti, dalemiano di ferro, verrà ricordato, oltreché per le sciagure ferroviarie, per un disastro politico: l’”operazione Sansa”. L’astuto siluramento di Adriano Sansa, giudice galantuomo e sindaco onesto e capace dopo gli scandali e i pasticci dell’era Burlando. Sansa viene cacciato dopo un solo mandato per far posto all’ex socialista Giuseppe Pericu. Poi, tre mesi fa, gli offrono una candidatura-foglia di fico per le politiche del 2001. Ovviamente invano.”

Burlando, “non vedi che altro avresti dovuto fare?”

Io un’idea ce l’avrei, te la dico in una parola, anzi in quattro: VAFFANCULO PEZZO DI MERDA